Il gioco è la più alta forma di ricerca. Albert Einstein

Il concetto di ‘gioco’ è affascinante perché è un concentrato di paradossi:

è un concetto comprensibile, ma indefinibile; è un fenomeno semplice, ma con dinamiche complesse; impegna la creatività, ma richiede una grande logica; presuppone il razionalismo, ma fa appello all’empirismo; è un’attività inquadrata, ma lascia molta libertà; si gioca per finta, ma si gioca davvero.

Soprattutto, giocare è una libera scelta: se non accettiamo di giocare, non c’è più gioco, solo vincoli. Il gioco è infatti scegliere di sottomettersi a vincoli (regole) spesso superflui nella vita “reale”.

Quando accettiamo di giocare, entriamo nel ‘cerchio magico’[1] di un mondo con più regole di quelle del mondo reale. Regole che diventano più importanti della realtà nel mondo del gioco. Si tratta di prendere decisioni per superare ostacoli inutili e raggiungere obiettivi inutili. Eppure siamo felici di farlo!

Perché passare ore a giocare a guardie e ladei, a mondo, a Monopoli o a inseguire i Pokemon?

Non è solo un passatempo, il gioco è una metafora della vita: nei limiti del gioco possiamo interagire, scambiarci e confrontarci, sviluppare modi di fare e di essere che sono vicini alla vita quotidiana.

Impariamo ad evolvere senza rischi, perché in qualsiasi momento possiamo lasciare il “cerchio” e tornare alla realtà. Alla fine, è solo un gioco, non c’è niente in gioco…

Il gioco è anche trasformazione: si tratta di rendere semplice qualcosa di complesso, rendere interessante qualcosa di noioso, rendere accettabile un obbligo. Il ‘cerchio magico’ del gioco può trasfigurare la realtà più dura: per costruire le piramidi le squadre di operai si lanciavano sfide giocose; per lavorare nelle risaie le mondine improvvisavano canzoni al ritmo del lavoro.

Oggi c’è un termine per questo: ‘gamification’.

Se non puoi cambiare il compito da realizzare, devi trovare strategie creative per renderlo più accettabile, persino motivante.

La maggior parte delle persone pensa che questo atteggiamento di creative playfulness sia il privilegio di artisti e persone creative. La neuroscienza ci dice invece che è una capacità di ogni cervello,e che ha solo bisogno di essere allenat

Ecco perché la nostra passione per il gioco: il  gioco dà senso e dignità, ci permette di progredire ed essere migliori, ci permette di dimostrare il nostro valore.

Eppure, sin dai tempi della scuola primaria, ci siam sentiti ripetere che il gioco non è serio: il gioco è ‘infantile’ e quando si gioca ‘si è un pagliaccio’. Oppure è solo sport, competizione, seduzione, soldi delle scommesse.

Fortunatamente, la mentalità sta cambiando [2]:  Internet e i computer hanno rivoluzionato tutto e oggi i videogiochi sono diventati il principale mercato del tempo libero; i “nativi digitali” [3] sono ormai dirigenti d’azienda; la globalizzazione è così complessa che è meglio affrontarla come un gioco per capirla [4].

Insomma oggi “Giocare è un affare serio”

[1] Concetto preso in prestito da Johan Huizinga, nel suo libro Homo Ludens, essai sur la fonction sociale du jeu, Gallimard, 1988.

[2] Il 2010 è riconosciuto come l’anno ufficiale della divulgazione del concetto di gamification.

[3] Generazioni che sono cresciute con strumenti digitali e videogiochi. L’età media del giocatore è di 33 anni.

[4] In riferimento alla diffusione dei giochi di simulazione o di strategia nelle aziende.

 

 

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